• Le Bandiere della mia vita

    Sono tre le bandiere
    che ho amato:
    Il tricolore,
    sotto il quale son nato;
    figlio della Lupa
    e Balilla sono stato.

    Quella francese:
    l'altro Tricolore
    che da emigrante
    mi accolse con calore.

    Ed infine
    quella australiana;
    così lontana
    eppur a me tanto vicina:
    È la bandiera
    che m'invita
    a trascorrerci una vita.

    E poi sotto le stelle
    di quel cielo australe
    sono nate le mie belle figliole.
    Parte di me è rinata,
    quindi, un altro ciclo,
    un'altra infanzia ricominciata.


    Salvatore (Sam) Mugavero
    Menzione d'Onore Concorso internazionale di poesia Accademia Letteraria Italo-Australiani Scrittori


Premio Letterario “Angelo e Angela Valenti”

Pubblichiamo l’elenco dei premiati del concorso letterario “Premio Letterario Angelo e Angela Valenti” 2010:

1° Classificato per il settore “Poesia”
Elaborato N° 71 – Fabiano BRACCINI (Milano) – Poesia
“NEL TALAMO DEI SOGNI”
Con la seguente motivazione: “Componimento descrittivo intimistico che all’armonia d’insieme e al significato pregnante unisce una
grande musicalità, ottenuta con sapienti accorgimenti stilistici”.

NEL TALAMO DEI SOGNI
Il soffiare incostante del vento
nei giardini d’autunno
mulina le foglie e le confonde.
La scia di un’ala su in cielo
pare esile traccia di un sospiro
passeggero
che muove per un istante
pensieri, ricordi,
emozioni.

Un bisbigliare sommesso

rivela intimi dialoghi
d’amore
e il leggero sfiorarsi di labbra
si fa turbamento impudico
di silenti passioni.
Il tepore di un respiro
disegna nel gelo dell’aria
volute trasparenti:
quasi delicati messaggi segreti
che si stemperano piano,
senza alcun rumore.
Con levìtà di piuma
si adagiano lenzuola candide
nel talamo dei sogni.

2° Classificato per il settore “POESIA”
Elaborato N° 28 – Giuseppe VETROMILE (Madonna dell’Arco NA) – Poesia
“BRILLA LA TUA PAROLA”
Con la seguente motivazione:  “Primeggia un senso di intensità che gonfia il verso quasi sempre sostenuto da un notevole ritmo. Felici gli accostamenti terminologici e qualche essenziale enjambement”.

BRILLA LA TUA PAROLA
Brilla la tua parola nel solco dell’eco, celeste
transito d’amore, qui sul bilico del tempo,
aspettando risposte da incontenuti cieli
di tramonto. Mi rifugio in te che sei ultima
donna, infinito spasimo e silenzio che cammina.
Mi sono fatto seme di dolore m te, per
rinascere a future speranze, mi sono chiuso
nella pietra del dubbio, aspettando l’eternità.
Ma tu domini il tempo e le carezze, il mare
e il cielo degli spergiuri, non hai ventre né
accondiscendenza. Il mio tremore ha un niente
imperdonabile, nessuno ti sgualcisce il buio
né le stelle: sei come sei, eterna evoluzione
ed io mi trascino nel vortice di atomi e sorrisi,
inconcludendo ogni faccia di pietà e ogni
numero, addendo e sottraendo del creato.
Disegno buchi di morte sul tessuto del giorno,
ma manca sempre una matita dai pastelli
che mi hai dato, o mio grande Dio dei colori,
o mia terra di cielo tinteggiata!

3° Classificato per il settore “POESIA”
Elaborato N° 17 – Giuseppe VULTAGGIO (Trapani) – Poesia
“VECCHIA SEGGIA DI VARVERI”
(Vecchia sedia di barbiere)

Con la seguente motivazione:
“In questa lirica si ritrovano il ritmo e la vivacità della tradizione popolare. Contenuto
semplice e chiaro: nostalgia del buon tempo antico di cui la sedia, rimessa
a nuovo è diventata “seggia d’antiquariatu”, è stata testimone come il vecchio poeta”.

VECCHIA SEGGIA DI VARVERI’

Rimisa a novu, lustra e ‘mpillicchiata,
ripigghi lu travagghiu chi lassasti,
tra luci, pianti e specchi si acclamata:
seggia “d’antiquariatu”. . .addìvintasti!
Ma mentri ‘a genti viri la facciata,
jò penzu tuttu chiddu chi passasti,
sì la me storia, gioventù passata…
e comu a mia, ciò chi putivi.. .dasti!
Passaru cinquant’anni comu nenti,
si chiuru l’occhi.. .pari fussi ajen,
jò picciriddu, ‘n mezzu tanta genti,
già mi sintia ‘u re di li “varveri”.
Vitti assittati omirii ‘mponenti,
viddani, delinquenti e cavaleri
ma puru sì a ddì tempi era nuzzenti,
nuddu mi misi ‘n facci li so peri.
E ora, nta stu munnu di gran “dotti”,
ora chi c’è la vita tantu aggiata,
dunni li sperti sunnu li picciotti…
mentri li “vecchi” sunnu… acqua passata,
senta li stessi frasi, ‘i stessi lotti
e comu a tia mi scappa ‘na risata,
e mentii riru, senza fari botti…
ripenzu a la me prima sapunata!
Varveri: Barbiere

VECCHIA SEDIA DI BARBIERE

Rimessa a nuovo, lustra ed ornata,
riprendi il lavoro che hai lasciato,
tra luci, piante e specchi sei acclamata:
sedia “d’antiquarìato, ..sei diventata!”
Ma mentre la gente guarda la facciata,
io vedo tutto quello che hai vissuto,
sei la mia storia, gioventù passata..
e come me, quel che potevi.., hai dato!
Sono passati cinquam’anni come niente,
se chiudo gli occhì sembra fbsse ieri,
io ragamno, in mezzo tanta gente
gia mi sentivo il re dei”barbieri”.
Ho visto seduti uomini ìmponenti,
villani, delinquenti e cavalieri /
ma pure se a quei tempì ero bambino,
nessuno mi mise in viso i suoi piedi
Ed ora, in questo mondo di grandi dotti
ora che c’ la vita tanto agiata,
dove gli intelligenti sono solo i giovani…?
mentre gli «anziani” sono.. .acqua passata,
sento le stesse frasi, le stesse lotte
e come te mi faccio una risata,
e mentre rido, senza fare rumore. .
ripenso la mia prima saponata!

1° Classificato per il settore “Racconti”
Elaborato N°11 – Alfonsina CAMPISANO CANCEMI (Caltagirone CT) – Racconto
“LA GOCCIA”
Con la seguente motivazione:
“Il racconto è coinvolgente e riuscito. E’ bella nel suo squallore l’ambientazione
iniziale, una grigia stanza di ospedale o casa di riposo dove scorrono inesorabili
le ultime “gocce di vita”, ed è bello e liberatorio il finale lirico, con l’abbraccio di
Dio”.

Settore Narrativa
La goccia

Prima classificato
– Sei lì, Giovanna? — chiese alla compagna che le stava di fronte — Sei ancora lì?
– Sì, sono qui — rispose la vecchia con una vocina flebile flebile — Dove vuoi che vada? La stanza così piccola…il letto.,.a due passi…
Dove vuoi che vada’?…
Cadde una goccia d’acqua dal rubinetto, sbattendo tristemente sulla maiolica un po’ annerita del lavandino. Dopo un breve intervallo,
ne cadde un’altra. E un’altra ancora.
Plic. . .plic.. .plic…
Anche il sole era stanco, quella sera.
Mandava gli ultimi guizzi, con l’aria di chi volesse finalmente dormire.
La luce filtrava rossastra attraverso gl’interstizi della serranda, zebrando di chiaroscuri le due sagome, che se ne stavano immobili,
nell’ombra, l’una di fronte all’altra.
Sui visi una tragica maschera di creta dura.
A guardar bene, però,non erano del tutto immobili.
Le dita facevano scorrere lentamente i grani del rosario e le labbra, infossate per la mancanza di denti, tramavano avemarie.
La vecchiaia.. .che brutta bestia!
Non si capiva quasi più se erano donne. O se mai lo erano state.
Due sagome. Solamente due sagome in preghiera.
Il rubinetto continuava il suo pianto. Sempre eguale. Lento ed eguale.
Plic.. .plic . . .plic,..
Il sole, stanco, si era chiuso in una smorfia di dolore. E nella umiliazione del tramonto aveva deciso di morire ancora.
Quando l’ultimo raggio sì fu spento, una delle due figure ebbe un brivido, che la percorse tutta.
– Che freddo! — disse piano. E si chiuse nella mantellina dì lana.
Aveva fatto scivolare il rosario dentro la tasca della lunga gonna nera, che la copriva tutta, anche i piedi, gonfi e piagati.
– Che fai? — chiese ancora alla compagna.
– Niente faccio. Fra un poco.. .vado a coricarmi.
– No..no! Aspetta.. .ti prego.. .aspetta. Parliamo, ne ho proprio bisogno. Ti prego… La strada ormai l’abbiamo percorsa quasi tutta.
Ci resta.. .ormai. . .l’ultima fatica. E… non voglio essere sola.
– Io.. .sola. . .lo sono sempre stata – disse l’altra, dura.
– Sola?! Anche quando eri giovane?
Sì, anche allora.. .se mai sono stata giovane…
Sapessi la fatica quando andavo a scuola.. .Trascinarmi con il mio corpo di donna sulle gambette esili di bimba. Oscillavo tutta…
Le altre.., erano belle e avevano sempre attorno sciami di ragazzi assetati di sole.
lo non sorridevo mai e se qualcuno mi si accostava gentile, mi irrigidivo temendo che stesse fingendo. Che umiliazione, Dio mio!
Perché.. .perché proprio a me doveva capitare?!
– Non ci pensare, mia cara…
In fondo.. .anch’io sono sola adesso.. .Vedi? I miei figli, sposati entrambi, hanno le loro donne da amare, i loro bimbi da vezzeggiare…
E la madre..la madre deve evitare di pensare alla loro assenza per non impazzire.
– Ma vengono a trovarti.. . ogni tanto.
Sì,sì,certo. Vengono a trovarmi. Una volta al mese… forse due.
“Come stai, mamma? mi dicono, e intanto guardano l’orologio.
“Sai, mamma? Domani.. .la piccola fa la prima comunione. Come avrei voluto che ci fossi stata anche tu. Ma.. .la salute non te lo
permette. Pazienza.
Ci sono tante cose da preparare per la festa… Perdonami, mamma.. .Devo andare… Devo andare…
Sempre così… non hanno tempo, poveri figli miei. Così presi, anche loro, nella vertigine della vita…
E io… muoio un poco ogni giorno, nel disperato desiderio di vederli… di sentirne la voce… Ma non trovano il tempo, poveri figli
miei, nemmeno per una telefonata di facciata. Poveri figli… loro sono la giovinezza, la forza, la luce.
Come possono fermarsi a vedere la morte sul mio viso?
Come vedi,cara.. .la mia vita non è poi tanto diversa dalla tua.
– No, non è vero! non è vero! – scattò l’altra.
Hai conosciuto l’amore tu! Le gioie della maternità!
Io… sono sempre stata una storpia sola. Una creatura deforme che gli altri guardavano come un errore della natura, e coprivano di
uno sguardo pietoso.
E io non volevo la pietà della gente. Mi offendeva piuttosto.
lo.. .avevo un’anima bella e avrei voluto essere amata… come si ama un gattino cieco… un passero con un’ala rotta, incapace di
volare, ma con tutti i trilli ancora vivi nel piccolo cuore…
Volevo essere amata, capisci?
Ma la vecchia, lentamente, si era addormentata sulla sedia, con le mani riverse in grembo e il mento aguzzo sul petto.
La goccia continuava a cadere, lenta e sempre eguale
Plic . . .plic. . .plic…
Giovanna si asciugò gli occhi umidi col dorso della mano e cercò di alzarsi per raggiungere il letto, che le parve improvvisamente
lontano. Ma un dolore lancinante al petto la inchiodò sulla sedia.. Si voltò verso l’amica addormentata, con l’intenzione di chiamarla,
ma la voce le rimase chiusa in gola.
La goccia cadeva ancora, inesorabile come il passo cadenzato di un secondino che scorta un condannato a morte.
Plic. . .plic.. .plic…
A un tratto, la vecchia storpia fissò quella goccia e la vide trasformarsi in rio, e poi in fiume, e poi in cascata, luminosa e scrosciante.
In un baleno, l’acqua invase tutta la stanza. Inesorabilmente.
Limpida e fresca aveva un fascino tutto particolare.
Invitava a penetrare in lei, ubriacarsi, scomparirvi per sempre.
Lei vi si ritrovò immersa. Chiusa come in un nido di fresca bellezza.
In una folgorazione improvvisa, capì che tutta la vita aveva atteso quel momento.
Si sentì stranamente leggera, felice, come non lo era stata mai.
Tutta nuda, come nel momento della nascita, con il corpo di perla chiara.
Nuotava come in una culla, ovattata di nuvole e dì pace.
Poi, a un tratto, si guardò le gambe. Le vide slanciate, perfette.
Di donna bella, sicura di sé.
– No… non sono io… pensò
Io… sono solo una povera storpia. Lo sono sempre stata…
Come posso essere diventata così bella?!
Nuotava ancora, ubriaca. E l’acqua s’apriva ad ogni bracciata come un giglio d’inesauribile bellezza.
– Vieni, le disse un giovane, scaturito improvvisamente dall’acqua.
Anche lui, nudo e perfetto, nuotava. Chiari capelli gl’incorniciavano il volto bellissimo.
– Vieni… ripetè il giovane, dolcissimamente.
– Non posso.. .sillabò la fanciulla — Sono brutta e deforme.
– Vieni.. .disse ancora, per la terza volta, il giovane.
Per me.. .sei bellissima. E lo sei sempre stata . Vieni.. .abbandonati. L’acqua ti porterà fino a me.
Ti ho amato sempre. Anche.. .quando eri nel seno di tua madre, perché io amo d’infinito amore tutte le creature.
Io ti amavo, e tu non lo sapevi. Vieni.., vieni…
Allora, lei chiuse gli occhi e si lasciò andare.
La goccia aveva cessato il suo pianto.

2° Classificato per il settore “Racconti”
Elaborato N° 2 – Giuseppe GAMBINI (Garbagnate Milanese MI) – Racconto
“LA SIGNORA DEL TRENO”
Con la seguente motivazione:
“Il tema fondamentale di questo racconto è la tristezza che nasce dal sentirsi rifiutati
dai propri figli, per i quali ha speso la vita, amandoli e dedicandosi totalmente a loro.
Uno spaccato di vita attuale diventa l’emblema di un disaggio universale”.

LA SIGNORA DEL TRENO
L’ho conosciuta in treno. Siamo saliti sullo stesso ES delle 13.30 che da Napoli ci avrebbe portato a Milano. Era una signora d’età
avanzata, ma non ben definita con gonna nera e giacca grigia ed un soprabito color antracite, in testa un cappellino d’altri tempi, con
un piccolo fiore secco sulla destra e una veletta nera che le scendeva sugli occhi.
Come bagaglio recava con sé un borsone un po’ uso che ho sentito leggero quando mi sono offerto di riporglielo in alto sul portabagagli.
I1 suo posto era di fronte al mio, lato finestrino. Dal primo istante m’è sembrata assente, misteriosa e riservata, quasi a non
voler dare fastidio e non essere infastidita.
A parte il semplice “Grazie” che mi ha rivolto dopo averle sistemato il borsone in alto, sino a Roma non abbiamo scambiato parola;
sembrava che dormisse o riflettesse ad occhi chiusi. Di tanto in tanto la sbirciavo mentre distrattamente leggevo sul giornale i soliti
fatti di cronaca dove l’egoismo, l’indifferenza, la solitudine la fanno come sempre da padroni; ormai molto rara e scarna la cronaca
dove risaltano gesti d’amore, altruismo o generosità… solo misero “gossip”, solo insulse e insignificanti notizie da “grande fratello”!
La curiosità che la signora suscitava in me era dovuta al fatto che solitamente le persone d’una certa età, che s’incontrano in giro,
parlano sempre della propria vita, dei tanti ricordi, mettendo a disposizione con vanto la propria saggezza per un consiglio amico,
dicono cosa fanno, dove vanno e perché. Questa niente, nemmeno una parola, solo silenzio, solo uno sguardo spento e fisso fuori dal
finestrino, non a guardare il paesaggio che correva veloce, ma assente ad osservare una terra lontana, persa nei pensieri.
Ogni tanto chiudeva gli occhi, che appena intravedevo dietro la nera veletta, e sembrava assopirsi. Ad un certo punto, non per invadere
la sua riservatezza, ma per puro dovere umanitario, le ho gentilmente chiesto se stesse bene e se avesse magari bisogno d’un
bicchiere d’acqua.
“No, grazie, tutto bene!”
Rotto il ghiaccio, naturale m’è venuto da chiederle dove fosse diretta.
“A Milano, dai miei figli.., sa, io sono vedova, ma ne ho tanti sparsi per il mondo e periodicamente passo a trovarli. Da qualcuno mi
trattengo di più, da altri di meno, perché dopo un po’ mi fanno capire che la mia presenza non è molto gradita.”
Per educazione e rispetto alla sua prìvacy non le ho chiesto quanti ne avesse, né l’età, ma ormai la sua lingua s’era sciolta e così ha
continuato: “Sa, io ho una certa età, posso viaggiare poco, ma quando i figli chiamano, ogni mamma deve correre per andare da loro;
poi una volta arrivata, dopo un po’ con qualsiasi scusa mi scaricano ed io, paziente, riprendo il borsone e vado altrove.”
Tace di nuovo, rituffandosi nei suoi arcani e lontani pensieri e quando prendo dalla mia borsa dei biscottini per offrirgliene, nuovamente
riprende a parlare:
“No, grazie… alla mia età devo mangiar poco e soprattutto evitare i dolci che non sono mai stati di mio gradimento… veramente la
dolcezza stessa non mi è mai piaciuta!…” “E cosa mangia, di solito?” “Solitamente poco o nulla, ma quelle pochissime volte che
sono in compagnia mangio qualche minestrina, purea di patate, un po’ di frutta.., tutto qui!”
In effetti avevo notato che il suo viso era un po’ troppo scarno e patito, ma pensavo che ciò fosse dovuto all’età; solo adesso capivo
che invece la causa era anche dovuta alla sua scarsa alimentazione. Intanto la veletta non l’aveva mai alzata e allora, con la scusa di
offrirle il giornale da leggere, credevo che l’avrebbe fatto, invece mi ha detto: “No, grazie… non leggo mai… so leggere, ma l’ho
fatto sempre molto poco nella mia vita, non mi hanno mai interessato i fatti personali della gente; a me invece è sempre piaciuto
leggere nell’animo delle persone, entrare nei meandri oscuri e reconditi della loro mente giorno per giorno, sono sempre stata affascinata
e coinvolta dai continui conflitti interiori che vivono ogni istante, ogni momento della loro vita. Spesso ho offerto ed offro
loro anche la mia compagnia, il mio aiuto… come a tutti i miei figli: a volte qualcuno rassegnato l’ha accettato e l’accetta, ma spesso
i più orgogliosi, quelli che si credono più forti psicologicamente, di solito continuano a rifiutano.”
Davvero una strana donna! Chissà quanto e come ha vissuto, ma di esperienza sicuramente deve averne accumulata tanta nella sua
vita. Come tutti avrà sofferto molto, forse goduto pure per qualche felicità, ma ora è ancora costretta a trascinarsi di figlio in figlio
per vivere e sopravvivere negli anni che le restano.

Così tra una riflessione e l’altra siamo arrivati a destinazione; I’Eurostar delle 13.30, stranamente puntuale, è entrato nella ferrea e
fredda stazione di Milano. Ormai erano le ventuno e mi sono offerto di portarle il borsone sino all’uscita.
“C’è qualche suo figlio che l’aspetta sulla banchina, qui in stazione?”
“No, nessuno, di solito preferisco muovermi da sola senza scomodare nessuno. Adesso fuori dalla stazione prenderò un taxi e mi
farò accompagnare.”
Così, con passo lento e un po’ affaticato, facendola appoggiare al mio braccio, l’ho accompagnata sino all’uscita.
Il suo contatto mi trasmetteva strani brividi, la sua mano mi teneva molto stretto come se non mi volesse lasciare, non volesse staccarsi
dalla mia persona.
La strana sensazione che percepivo era che si tenesse aggrappata alla mia giacca per paura di perdermi, eppure la sua compagnia in
treno era stata molto riservata, quasi timorosa, come se la mia presenza le desse quasi fastidio… o forse mi ero sbagliato.
Sinceramente la signora del treno suscitava in me un po’ dì compassione, di rispetto e soggezione; avrei voluto accompagnarla sino
a casa, ma anch’io ero atteso dai miei familiari entro una certa ora. Ormai le prime ombre della sera con un po’ di foschia calavano e
le luci della città già erano accese.
L’ho lasciata alla pensilina dove sostavano i taxi e lì l’ho salutata chiedendole scusa di non poterle fare ulteriormente compagnia.
“No, grazie, s’immagini.., è già stato così gentile e cortese con me… dopo tutto, mi creda, in fondo in fondo non merito proprio tante
attenzioni!…”.
“Non dica così, signora, non si sottovaluti, è ancora così lucida e attiva.., e poi così buona!… comunque le auguro ogni bene e ancora
tanta salute!”
“Grazie, signore… mi scusi, non ci siamo nemmeno presentati… qual è il suo nome?… sa, stranamente mi sembra d’averla già incontrata
altrove, però magari è solo una vaga somiglianza con uno dei miei figli… capirà alla mia età è facile confondersi!…”
“Mah, forse, non saprei… il mio nome è Andrea… Andrea Speranza… e il suo?”
“Beh, da piccola mia madre mi chiamava Solitaria, ma poi in seguito tutti quelli che mi hanno conosciuta, non so perché, mi hanno
sempre chiamata Solitudine.., proprio uno strano nome per un essere umano!…” ed ha abbassato lo sguardo come se ne vergognasse.
Istintivamente l’ho baciata sulla guancia e lentamente mi sono allontanato per andare a prendere il tram che m’avrebbe riportato a
casa.
Dopo un istante, ancora una volta, mi sono girato indietro per salutarla, ma la sua esile figura non c’era più, era già sparita tra le dense
nebbie che scendevano sulla città.
La vecchia cara signora Solitudine non so – se e quando – su un altro treno la rincontrerò, non so – se e quando – nuovamente potrà
essere ancora mia compagna di viaggio, però d’una cosa sono sicuro: in questo momento a casa di uno dei tantissimi figli certamente
starà soggiornando!…

..della Solitudine siamo tutti figli
in questo. mondo indifferente,
ma lo ricordiamo solo quando,
bisogno ne sentiamo e allora,
disperatamente la cerchiamo
supplichevolmente la invochiamo
e la mamma all’istante corre
per un attimo a consolarci.
Però dopo momenti di abbandono
la sua presenza quasi ci soffoca
e ingrati via la rimandiamo,
col suo borsone altrove va
in cerca d’altri figli perduti
lungo le solitarie vie del mondo
e allora la casa torna splendere
nel verde giardino della Speranza.
…in attesa d’una prossima chiamata
Che di certo presto le arriverà!

3° Classificato per il settore “Racconti”
Elaborato N° 10 – Manuela Anna GRECO (Cesate MI) – Racconto
“SPIRA IL VENTO. NASCE MIA SORELLA. GIOVANNI”
Con la seguente motivazione:
“Racconto ben scritto e originale, tra il reale e surreale. Lo stile è asciutto, efficace la capacità di tratteggiare
personaggi e ambienti con rapidi colpi di pennello”.

“SPIRA IL VENTO. NASCE MIA SORELLA. GIOVANNI”
Gli avevano detto di rimanere fuori. A fare la guardia alla porta.
Che il vento si sarebbe portato via la sorella che stava per nascere, se lui non avesse difeso la roccaforte. Come un vero soldato.
E lui aveva obbedito. Le mani, poggiate sui fianchi e lo sguardo imbronciato, reso severo dalla minaccia incombente.
Le calze corte e i pantaloni appena sotto al ginocchio, la maglia di lana Pungente. Che a starci dentro tutto il giorno, ci si graffiava la
pelle a furia di grattarsi. E poi chi la sentiva la mamma?
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I pensieri, piccoli per statura, che sfidavano il vento e il suo miasma malato. Che saliva per le narici, infettandole.
I pensieri, che ogni tanto prendevano il largo e correvano con il cerchio in piazza o in sella al cavallino di legno, dalla criniera fulva,
arruffata.
Se lo tirava dietro Giovanni, il cavallino, con la fune di canapa. Erano più le volte che gli zoccoli inciampavano nell’acciottolato, di
quelle in cui riuscivano a rimanere in piedi.
I pensieri, che hanno cinque anni o poco più, e radi ricordi. Quanti bastano a credere di aver vissuto a sufficienza, in quegli anni che
spirano venti di guerra.
Gli hanno detto che la chiameranno Nicca, la sorellina.
Non è ancora nata e le hanno già accorciato il nome, a quella sorella guastafeste, per la quale gli tocca stare a guardia del portone!
Pensa al suo, di nome, quell’ometto a cui la vita ha già affidato un compito tanto gravoso Giovanni. Giovanni!
Lo scandisce nella mente, lo pronuncia a fior di labbra.
E più lo ripete, più gli pare bello. Il suo nome. Che significa “dono di Dio”. E che è pure quello di suo padre, quell’uomo importante
ed anziano cui, tutti, portano un gran rispetto.
Lo chiamano il signor Ingegnere.
Che poi, chi lo dice che il nuovo nato sarà una bambina?
Lui preferirebbe un fratellino. Per giocare coi soldatini di piombo, tirare le biglie e parlare di cose da uomini.
Perché si sono affannati tanto a preparare un corredo rosa, coi pizzi e i merletti?
La mamma dice che, certe cose, una donna le sente dentro, ma son discorsi da grandi e lui non capisce bene cosa voglia dire.
È lungo il giorno. Non passa mai. Ce ne mette di tempo questa sorellina a infilare il fiato sul mondo!
Ogni tanto Giovanni sente, dalla finestra aperta della camera della mamma, qualche urlo di dolore. Che mistero è mai la nascita?
Anche le mucche, nella stalla, partoriscono i vitellini.
Lui li ha visti venire al mondo e alzarsi in fretta su quelle zampette esili come stuzzicadenti. E cadere. E subito dopo rialzarsi. Fieri
di essere nati, anche se andranno al macello.
Si cresce in fretta in quegli anni.
Suona spesso la sirena, fischiano gli aerei sopra la testa, sganciano le granate.
Si scappa in cantina. A sgranare una Ave Maria dietro l’altra, pregando di non fmire schiacciati sotto le macerie dei bombardamenti.
Passa un plotone armato.
Si mette sull’attenti Giovanni, caccia nelle tasche il suo pezzo di polenta e fa il saluto militare, che quando sarà grande, vuole essere
un ufficiale dell’esercito. Di quelli con le mostrine sulla divisa, i baffi sottili e i capelli lucidi, pettinati all’indietro.
Gli hanno spiegato che i soldati più coraggiosi stanno in trincea, a imbrattarsi di fango il viso e le mani, per nascondersi al nemico
austro-ungarico.
Anche i suoi cugini e i figli della Luisa sono andati alla guerra.
Un giorno che pioveva di sbieco, è venuto un militare alla porta della Luisa.
Con in mano una busta con una riga nera.
L’ha osservato Giovanni, quel soldato che non avrebbe mai voluto trovarsi li, a consegnare quella lettera.
L’ha visto, che allargava le braccia e scuoteva il capo e poi, infrangeva il protocollo militare e stringeva in un abbraccio quella madre.
Che poteva essere la sua.
L’ha sentito che diceva: “I1 tenente Giuseppe Masi è un eroe della patria!”.
Con le medaglie al valor militare tutte appuntate sul petto, ma sua madre ne avrebbe fatto volentieri a meno di quegli inutili orpelli.
Brucia ancora Caporetto sulla pelle degli Italiani.
Dalle labbra strette, esce un canto che fa pungere gli occhi:
“La tradotta che parte da Novara
e va diretta al Montesanto,
il cimitero della gioventù.”
La campana della chiesetta vicino a casa, seguita a suonare a morto.
Passano i poveracci, con le mascherine sul vaso, trasportano i cadaveri sui carretti della morte. E li sotterrano tutti lì, vicino alla chiesetta,
nel campo dove fioriscono le margherite.
La chiamano spagnola, ma non è una bella donna con la sottana rossa e nera e i piedi pieni di Flamenco e le nacchere tra le dita.
È una strega dall’incarnato pallido che fa venire la febbre e cosi tanto male a respirare, che scoppiano i polmoni.
Ne muoiono a manciate di persone. La spagnola non risparmia nessuno: né il figlio dei contadino, né quello del possidente terriero.
Si racconta che, sul fronte, qualcuno l’abbia annientata a cognac e grappa, ma è leggenda.
Soffia il vento, più forte che mai, proprio oggi che deve nascere questa sorella, benedetta di Dio! La fronte scotta, la gola brucia e le
gambe iniziano a crollare, ma Giovanni resiste, ritto sul portone di legno.
Come un soldato vero o un vero soldato.
Fintanto che il vento cesserà e gli diranno che è passato il pericolo.
“Va in càpiculin, che te se ammalet…”, gli dice una donna, in nuares, il dialetto di Novara. “Non posso. Devo proteggere mia sorella.”,
ribatte Giovanni, gli occhi lucidi di febbre. E le immagini sfuocate del vento che insiste sul portone. E che, tutto ad un tratto, si
arrende.
“È una femmina”, annuncia la voce trionfante di suo padre.
E’ un vagito importante quello di sua sorella. Che fa arretrare anche il signor vento.
Cambia rotta Va a cercare altre bambine che non abbiano un fratello impavido quanto lui. Ora può anche lasciarsi andare, Giovanni,
che il suo compito l’ha concluso.
Scivola piano sulla porta.
La senorita spagnola ha avuto pena di lui. L’ha risparmiato.
La difterite no.
Scende a piedi scalzi la mamma, con il ventre ancora sporco di sangue. Nicca è su che piange, nella culla di vimini, reclama le cure
materne.
Questo nuovo dolore è più forte del parto: Giovanni che non respira.
No, lei non permetterà alla malattia di strapparle quel bravo soldatino.
Tornerà a soffiare, il vento. E avrà più rispetto.
Questo racconto non frutto di fantasia. È la storia di mio nonno Giovanni.
Questo nonno io non l’ho conosciuto, ma sua figlia me ne ha parlato tanto. E mi ha detto che era un papà speciale.
Un papà di quelli che sanno tenere a bada il vento.

MENZIONE D’ONORE
Augusta CASTELLANI di Meda (MI) con l’elaborato N° 10 del settore poesia
“MAREGGIATA NOTTURNA”
Con la seguente motivazione:
“Spiaggia e mare, onda e scogliera diventano metafore di una passione ora perduta, ora ritrovata, rievocando,
nell’immagine romantica della mareggiata notturna, un amplesso sospirato e forse rivissuto”

MAREGGIATA NOTTURNA
Spiagge inviolate, candidi lidi di vita!
Riaffioro alla riva da un buio profondo
insieme a tesori smarriti e sepolti,
nascosta fra conchiglie restituite alla sabbia.
Cerco l’impetuoso flutto d’amore
che un giorno mi trasse
dal giardino informe di giochi e silenzi,
per farmi signora dei mari, regina di abissi incantati.
Presto rimasi sola nei fondali d’argento
sui quali giacemmo abbracciati.
Né canti di sirene, né giochi di cavallucci scherzosi,
né monili di prezioso corallo restituirono vita alla vita.
Nelle notti di luna crescente
il mare urla ancora la sua antica brama!
Sospiri, lamenti, vibranti gemiti di desiderio inestinto.
Ora tu sei risacca che fugge lontano,
dopo aver baciato lo scoglio.
Ora invece sei alta marea, che genera flutti d’amore.
Io sono pietra perenne, immobile,
fremente ad ogni tua onda, al flutto sempre più forte,
che scopre il mio umido manto,
incurante di intimi e pudichi anfratti.
Mi arresto al richiamo incessante:
risacca, risucchio, flutto impetuoso,
che ancora risale petrosi argini ardenti.
Ritmica danza, vibrante, crescente, incalzante.
Poi l’estatico grido di una mareggiata più forte
rimbalza nell’aria sospesa,
fino a farsi sommesso lamento,
abbandono e resa fidente.
Ora il mare acquietato riposa sereno accanto alla bianca scogliera.
La sfiora nella calma dei venti, la scruta, la accarezza, la culla,
la veglia fino all’ultima stella.
Cammino tra orme recenti,
che la notte furtiva non ha ancora rubato,
in cerca dell’unica impronta che potrebbe ridarmi la vita.
Ogni sera e per sempre, riemergerò dagli abissi del nulla,
calpestando la candida rena, fino a che un mare pentito
ridoni per sempre il suo volto
al mio tenero e immenso abbraccio d’amore.

MENZIONE D’ONORE
Sam (Salvatore) MUGAVERO agirino, emigrato in Australia a Sydney
con l’elaborato N° 15 del settore racconti
“LA PEDATA” (la raccomandazione)
Con la seguente motivazione:
“Ci ha fatto rivivere in maniera chiara le ingiustizie e le cause dell’emigrazione italiana del dopoguerra. Il
messaggio è attuale: il giusto riconoscimento del lavoro degli italiani all’Estero, dove hanno sempre portato
inventiva, fiducia, dignità e rispetto

“LA PEDATA” (La raccomandazione)
Nuccio era nato in Sicilia alla fine degli anni venti in uno dei periodi meno candidi della storia dell’isola e dell’ Italia tutta. La Sicilia,
a quel tempo, sembrava sospesa in una realtà dove non c’ era posto per le note categorie dello spazio e del tempo, negata com’era al
progredire della storia e a tutto ciò che altrove, sotto cieli di altre terre, veniva chiamato, con termini di esaltante retorica, progresso,
convivenza civile, marcia verso il futuro. In una terra dove, per la stragrande maggioranza della gente, esisteva solo una realtà fatta
di feroce povertà, analfabetismo e privilegio per i più abbienti, la speranza di un migliore domani non aveva diritto di esistere: era
solo un sogno proibito considerato da chi gestiva il potere socio-economico una specie di aspirazione sovversiva da essere soppressa.
L’ ignoranza e l’ analfabetismo dei più erano considerati dai potenti strumenti al mantenimento dello “status quo” e, in quanto tale,
dei loro privilegi. Nuccio sognava per la sua vita un futuro diverso da quello che il destino sembrava volesse assegnargli e, come tale
si considerava prigioniero di una realtà ingiusta ed umiliante, offeso nella sua dignità di essere umano. La realtà che lo circondava lo
faceva sentire come un pesce fuor d’acqua.
Si era allora in pieno periodo fascista. Molti dei mediocri che avevano aderito al partito, non perdevano occasioni di esercitare la
loro prepotenza contro i comuni cittadini. Godevano dell’immunità data loro da una divisa o da un incarico qualsiasi nel contesto del
sistema fascista, Così, negli anni della sua giovinezza, Nuccio imparò presto a nutrire sentimenti di repulsione contro coloro che
esercitavano la loro prepotenza a sottomettere, i più delle volte senza alcuna giustificazione, la volontà e la libertà altrui e il diritto
delle persone alla propria affermazione personale senza ricorrere alle solite raccomandazioni. La pedata era la regola a quel tempo
nel meridione d’Italia e particolarmente in Sicilia.
Quasi alla fine del 1941 Italia entro ufficialmente in guerra a fianco della Germania nazista. Fu l’inizio della seconda guerra mondiale.
A luglio del 1943, con lo sbarco degli americani, la guerra era finita in Sicilia ma si era lasciata dietro morte e disperazione dappertutto.
Le scuole, che al paese di Nuccio erano state chiuse per ovvie ragioni, furono riaperte qualche tempo dopo. Alla loro riapertura,
gli studenti che volevano continuare gli studi potevano soltanto (ed era così per la stragrande maggioranza di essi) aspirare a
raggiungere, al massimo, il terzo anno di Avviamento Professionale. Soltanto gli studenti delle famiglie più abbienti avevano te possibilità
di frequentare il Ginnasio molti dei quali con l’aiuto delle immancabili raccomandazioni. A tal riguardo Nuccio non poteva
fare a meno di manifestare, anche apertamente, la sua irritazione e ribellione ogni qualvolta si vedesse costretto ad assistere a tutti
quei comportamenti chiaramente discriminanti e ingiusti nei confronti dei ragazzi più poveri e spesso più meritevoli e, quindi, anche
nei suoi confronti. La guerra aveva stravolto la vita di tutti in Sicilia ma i vecchi comportamenti sociali basati su I’ingiustizia e le
prevaricazioni erano rimaste intatte e, in qualche modo, ancora più tenaci di prima. Anni dopo, in un dibattito al Senato in data 22
giugno 1949, l’onorevole Li Causi, parlando del periodo successivo alla fine del conflitto in un discorso che metteva in luce la precaria
situazione della Sicilia avrebbe testualmente detto con profonda amarezza:
” L’arretratezza e la miseria dei Siciliani si poté allora osservare dovunque, toccare con mano, nelle strade, nei volti della
gente, nei traffici per la sopravvivenza; moltissimi si arrangiavano col contrabbando e varie attività illecite, che spesso finirono
per non essere considerate tali”.
La guerra aveva cambiato tutto e, nello stesso tempo, non aveva cambiato nulla. Nel marasma generale era ovvio che il sistema delle
raccomandazioni, del privilegio e delle concussioni trovasse fertile terreno per continuare ad esistere più florido di prima. Nuccio
allora aveva già compiuto i 15 anni ed era considerato da tutti un buon musicista.
Suonava con bravura e competenza diversi strumenti ed era capace di saper leggere gli spartiti in tre chiavi diverse. La sua insegnante
di musica, probabilmente per invidia o per semplice cattiveria, lo rimandò ad ottobre. Il professore di francese per ragioni incomprensibili,
presumibilmente per solidarietà verso la collega, fece altrettanto. E dire che in francese Nuccio e il suo amico Camillo
erano i più bravi della classe. Purtroppo non avevano modo di poter usufruire della classica pedata né la cercavano visto che erano
coscienti della propria bravura e consideravano la raccomandazione una forma umiliante di sottomissione ad un sistema sociale ingiusto
dominato da uomini corrotti.
Vivere in paese, con quegli usi e costumi a dir poco primitivi se non proprio tribali, era per Nuccio motivo d’insopportabile fastidio e
sofferenza. Le sottomissioni e il servile modo di riverire coloro che appartenevano alle classi più agiate, politici compresi, gli apparivano
come un atto di violenza alla propria dignità personale. La maggioranza degli abitanti del paese di Nuccio erano agricoltori e di
soldi se ne vedevano pochi. Un barlume di attività commerciale lo si intravedeva solo durante la stagione del raccolto sfortunatamente
non sempre abbondante. Durante l’anno si andava avanti facendo debiti per sopravvivere. Per pagare i debiti o per ottenere ciò
che in un ambiente diverso era da considerarsi un diritto, in mancanza di denaro sufficiente alla bisogna.
Invariabilmente si finiva con il ricorrere a pagamenti o doni in prodotti naturali come, per esempio, conigli, uova, capretti o altro.
Era possibile trovare lavoro in un ambiente così arcaico? Ma neanche per sogno visto che, né più né meno, equivaleva a trovare un
ago in un pagliaio.
Di quei tempi la scuola durava solo mezza giornata e, di conseguenza, i genitori spingevano, costretti dal bisogno, i figli maschi a
lavorare come apprendisti ( non pagati) nelle botteghe degli artigiani nella speranza d’imparare un mestiere e diventare indipendenti
in una possibile futuro. Nuccio sin da bambino aveva frequentato la bottega di un calzolaio e, in pochi anni, aveva imparato abbastanza
per guadagnare qualche soldo. Con la musica sarebbe stato, invece più difficile raggiungere lo stesso obiettivo visto che
bisognava attendere qualche festa al paese oppure il periodo di carnevale. Una vita grama fatta di attese e di speranze. Così accadde
che un giorno Nuccio si trasferì nella vicina Catania dove certamente esistevano migliori e più ampie possibilità di trovare un lavoro.
Aveva programmato, con i soldi che avrebbe guadagnato, di continuare a studiare da privatista per conseguire il diploma di Perito
industriale. Non era una facile impresa ma non si dava per vinto e ce I’avrebbe messa tutta. Un bel dì venne a sapere che anche il suo
ex professore di Storia e Geografia si era trasferito a Catania. Così gli venne l’idea di andarlo a trovare per chiedergli delle referenze
come sostegno alla sua ricerca di lavoro. E, infatti, non molto tempo dopo trovò un buon lavoro presso una grande ditta operante a
livello nazionale e specializzata nella restaurazione di monumenti e opere d’ arte. Anche se le referenze che il professore aveva documentato
per lui non erano una raccomandazione si sentì un po’ umiliato nel suo orgoglio personale: avrebbe preferito un riconoscimento
diretto delle sue capacità da un potenziale datore di lavoro piuttosto che servirsi di referenze. Era felice di poter guadagnare
qualcosa con un lavoro dignitoso che lo rendeva autosufficiente e gli consentiva di poter essere di un qualche aiuto alla sua famiglia.
La svolta decisiva nella vita di Nuccio e, con essa, I’atteso riscatto, arrivò dopo qualche tempo in quel di Taormina: si era accorto
mentre lavorava, di essere osservato da uno sconosciuto che lui aveva pensato, a primo occhio, che fosse un turista. Dopo qualche
giorno quel signore gli si avvicinò e in francese (fortunatamente lui lo capiva molto bene) gli chiese se conoscesse qualcuno che
sapesse fare Il suo stesso lavoro e che fosse disposto a trasferirsi in Francia con sede a Parigi. Nuccio ingenuamente pensò che quel
signore cercasse veramente qualcuno diverso da lui e si prodigò con impegno ad accontentarlo. Malgrado Il suo impegno non riuscì
a trovare nessuno. La settimana successiva lo sconosciuto (che poi risultò essere un industriale francese) decise di rompere tutti gli
indugi: si ripresentò a Nuccio con una proposta diretta impossibile da rifiutare. Gli offrì una paga giornaliera equivalente a quella
che lui guadagnava in una settimana. Ci mancò poco che non svenisse. Nuccio accettò I’offerta senza batter ciglio e con il cuore che
gli tumultuava in petto per la gioia. Finalmente il destino gli aveva dato l’opportunità e la soddisfazione di essere valutato per le sue
capacità senza raccomandazioni né pedate di qualsiasi genere.
Trasferitosi in Francia Nuccio nel suo lavoro fu subito considerato e rispettato come un professionista insostituibile. Nella sua nuova
realtà espresse tutto il suo talento e la sua versatilità in ogni incarico che gli veniva affidato lavorando, a tal riguardo, come mosaicista,
piastrellista, interprete per gli operai spagnoli e portoghesi e persino come dirigente di cantiere. I francesi gli avevano dato a
piene mani quello che lui da sempre aveva cercato e che in Sicilia gli era stato sempre negato: fiducia, dignità, rispetto e sicurezza
per se stesso e la sua famiglia.
Nuccio oggi ripensa con giusto orgoglio ai tanti anni delta sua vita passata, durante i quali ha avuto la fortuna di realizzarsi con la
sua professionalità e il suo talento senza dover dire grazie a nessuno.
A conclusione di questa storia bisogna dire che sono passati più di sessant’anni dalla fine della guerra e dal giorno in cui Italia è diventata
una repubblica. Molte cose sono cambiate durante tutti questi anni ma sfortunatamente, il vecchio sistema della pedata (la
raccomandazione), delle prevaricazioni e del privilegio ancora persiste a scapito del merito e del talento dei più dotati sopratutto se
di estrazione operaia. Se tali condizioni continuassero a persistere forse, sarebbe meglio per le nuove generazioni cercare altrove una
migliore e più umana giustizia. Spesso accade che piante che crescono a stento e malaticce sul terreno dove sono nate tornano a ricrescere
sane e forti una volta che sono trapiantate in un diverso e più fertile terreno. Parola di Nuccio.

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