La morte dell’autorità

Ma dico io, ci deve proprio scappare il morto (il povero Filippo Raciti) per scoprire in quale stato di degrado versa la società italiana (e tante altre società) di oggi? Eppure i segnali sono sempre stati lì, evidenti come non mai; l’avevamo sotto il naso ma facevamo finta di non vedere, di non sentire.

È troppo difficile cambiare strada quando ormai si è fatta l’abitudine a percorrere sempre la stessa. “Abitudine a cosa?”, si chiederà il lettore. Abitudine ad un mondo nel quale il bisogno di affermazione che alberga dentro ognuno di noi si gratifica non più attraverso le sane realizzazioni del passato (ad esempio, il successo negli studi, nel lavoro, nella vita coniugale, nei rapporti interpersonali, ecc.) bensì attraverso il numero di telefonini che possediamo, il modello di auto che guidiamo, i vestiti griffati che indossiamo, i tanti inutili oggetti che possediamo, e così via. Una volta i nostri valori rispecchiavano una “educazione” nella quale il rispetto verso gli altri e, soprattutto, verso l’autorita` (rappresentata prima dai genitori, poi dai nonni, dagli insegnanti, dai professori, dalle persone più anziane di noi, ed infine dalle forze dell’ordine), ricopriva un ruolo di fondamentale importanza.

Oggi, invece, guai a “toccare” un bambino con più che una carezza; guai a dare al proprio figlio adolescente un orario di rientro a casa la sera; guai a visitare i propri vecchietti in segno di rispetto; guai a portare la mela alla maestra o a portare la valigia al proprio professore; ed…ahimè guai a rispettare la legge! E` come se la nostra “moralità” fosse morta. Mi guardo in giro e vedo degrado dappertutto. Basta guardare i muri contro i quali sbattiamo il naso tutti i giorni: sono imbrattati con scritte indecifrabili che sembrano farsi beffa di tutto ciò che c’è di legale nella nostra società; anzi, sono un vero e proprio sberleffo alla civiltà; infatti, sembrano voler dire: “noi ce ne infischiamo delle regole, noi ce ne infischiamo del prossimo, noi esistiamo e voi dovete accorgervi di noi, noi siamo importanti perché possiamo distruggere il vostro mondo pulito e perbene”.

Lo stesso messaggio ci viene propinato quando, nel bel mezzo della notte e mentre dormiamo, sentiamo il rumore assordante di auto che sgommano o di motori e marmitte elaborati apposta per “farsi notare”. Ma mi chiedo io dove è andata a finire l’educazione? Dov’ è andato a finire il controllo sociale? Mi si perdoneranno le generalizzazioni ma esiste, a me pare, il fenomeno di una gioventù senza regole ed allo sbando e di una popolazione adulta e matura che invece sta lì a guardare, timorosa di intervenire perché non sarebbe politicamente corretto (chissà per quale latente motivo) cercare di riprendere in mano le redini della loro educazione.

I giovani hanno bisogno di “paletti” nella vita; hanno bisogno di chi possa insegnare a loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, hanno bisogno di disciplina e di incoraggiamento, hanno bisogno di punizioni e premi nello sviluppo della loro moralità (le teorie psicologiche sullo sviluppo morale ce lo insegnano), e non solo di premi (come credo avvenga troppo spesso oggi).

L’elargizione eccessiva di premi, infatti, non fa altro che promuovere un approccio edonistico e psicopatico alla vita, in base al quale tutto è dovuto…e subito! Basta vedere quello che sta succedendo oggi; da piccoli le persone vengono coperti di regali e di attenzioni. Si chiede a loro di sacrificarsi poco per ottenere tutto ciò che vogliono. Imparano, insomma, a volere tutto e subito!

Purtroppo i disordini che stanno avvenendo nel mondo del calcio (italiano e non) sono emblematici di quanto sta avvenendo nella società moderna piu` allargata. Ciò avviene perché, purtroppo, il gioco del calcio stimola complessi processi psicologici di identificazione proiettiva in base ai quali le persone (e soprattutto i giovani) spostano su di esso tutte le loro rabbie, frustrazioni, e pulsioni (soprattutto quelle aggressive).

Non è il mondo del calcio che è malato…. è il mondo in generale che è malato. Non riusciamo, purtroppo, a trovare un sano equilibrio tra i nostri piaceri ed i nostri doveri. Siamo forse passati da un approccio alla vita eccessivamente restrittivo ad uno eccessivamente permissivo (nel quale tutto c’è dovuto….e subito), non comprendendo che, con ogni probabilità, la via di mezzo e` quella da seguire. Non facciamo del gioco del calcio il capro-espiatorio delle nostre inadeguatezze educative. Non sara` chiudendo gli stadi o giocando a porte chiuse che risolveremo i nostri veri problemi. Anzi, credo che cosi` facendo otterremo tutto il contrario; sono certo, infatti, che i giovani troverebbero altri canali per esprimere il loro disagio psichico e morale e per sprigionare in modo del tutto inadeguato e disadattivo le loro pulsioni all’autoaffermazione.

Si, prendiamoci una pausa di riflessione chiudendo i cancelli degli stadi per qualche settimana; ma, subito dopo, agiamo in modo tale da affrontare e risolvere il problema dell’educazione morale e civica dei nostri giovani. Facciamolo prima che sia troppo tardi e prima che si debbano contare migliaia se non addirittura milioni di morti frutto dell’intolleranza delle persone alle frustrazioni che invariabilmente si riscontrano nella vita.

Mettiamo d’accordo gli aspetti dicotomici della nostra psiche, cioè il Dott.. Jekyll e Mr. Hyde (il “dovere” ed il “piacere”) che cercano di convivere dentro di noi. Non uccidiamo il nostro dott. Jekyll perché, così facendo, rischieremmo di uccidere l’istanza promotrice del “dovere”, cioè il concetto di autorità.

Dott. Carmelo Pollicina (Psicologo e Coordinatore del C.A.S.)

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